![]() |
| Venezia 2011 |
testata (theda)
sabato 14 aprile 2012
lunedì 9 aprile 2012
katya shagalova
two years at sea
Two years at sea – Ben Rivers – GB 2011
Il film indaga la vita di un eremita dei nostri tempi, un uomo
che a modo suo si è staccato dalla società “civile” scegliendo di vivere in
solitudine nella natura delle Highland
scozzesi, circondato di rottami e rifiuti della contemporaneità - materia da
plasmare e trasformare in oggetti utili sia per sopravvivere sia per giocare.
Jake Williams è il nome di questo stravagante personaggio dalle sembianze
tardo-freak, che incurante (almeno apparentemente) del tempo e delle stagioni
si è costruito un habitat “fantastico” a sua misura. La sua esistenza ruota
intorno ad un grande casolare da lui stesso costruito qualche decennio prima,
coronamento di un sogno costatogli due anni di lavoro marittimo. Tra le
attività del protagonista rimarranno memorabili la costruzione e l’utilizzo di
una improbabile zattera oppure la trasformazione di una vecchia e scalcinata
roulotte in terrazzo belvedere. La zattera rappresenta uno dei momenti più
intensi di questo curioso percorso solitario. L’imbarcazione è costituita da una
rete metallica, un materassino gonfiabile e delle taniche in plastica il tutto
unito alla meglio, il momento del “varo” rappresenta un indimenticabile occasione
di pura suspense e quando il suo progettista si lascia andare alla deriva
spinto più dal pensiero che dall’inesistente corrente delle acque di un placido
laghetto ne consegue un momento di incantata comicità. In questo innocente
percorso vediamo come Jake ricicla una roulotte, ormai inutilizzabile, in “rifugio”
sospeso nel vuoto issata in cima ad un albero e godere del panorama: rimarrà
uno dei tanti misteri, che disseminano il film, su come questo sia stato reso
possibile. Come descrive il film, ogni oggetto sapientemente manipolato trova una
nuova destinazione d’uso: con la sistemazione dei suoi rottami jack crea attrezzature
di ogni tipo come ad esempio la doccia con la quale si lava, senza sapone, nel
mezzo di una caotica cucina.
Ogni azione come il lavarsi, leggere un libro, ascoltare dei
vecchi dischi, diventano un lavoro, una pratica per godere ogni minuto della
propria vita nobilitandola senza dover sottostare al ben che minimo diktat.
Concludendo, malgrado Jake Williams – già protagonista di un
precedente lavoro di Rivers – abbia scelto di vivere in solitudine, se si esclude
la compagnia di un gatto, ha accettato che un film-maker si intrufolasse nella
sua intimità lasciandosi riprendere apparentemente senza limite.
Costruire un racconto partendo dal vissuto reale può essere particolarmente
interessante, e in questo periodo storico sembra essere una scelta stilistica
vincente. Non è necessaria una particolare capacità tecnica, anzi gli evidenti
difetti si possono spacciare per introspezioni linguistiche ricche di
significati poetici, inoltre non sono necessari grandi investimenti economici e
questo libera gli autori di dare libero sfogo alle proprie fantasie. Two years at sea appartiene a questo
sottogenere, il documentario non documentario, girato tutto in bianco e nero
sgranato, approssimativo, la fotografia trascurata, presa diretta senza dialogo
e senza voce fuori campo (neanche il gatto si azzarda nel ben che minimo
miagolio), azioni semplici: manierismo o cinema puro?
Ben Rivers racconta, la vita di un uomo che apparentemente
si è staccato dalla società ma capace di svolgere abilmente il ruolo d’attore,
e sfrutta furbescamente l’occasione per realizzare un’opera emozionante e
magicamente visionaria. Cinema vero.
sabato 17 marzo 2012
le nevi del Kilimangiaro
Les neiges du Kilimandjaro – Robert Guédiguian – Francia 2011
Ventunesimo secolo, prima decade, Marsiglia.
Ventunesimo secolo, prima decade, Marsiglia.
Un gruppo di operai lascia decidere dalla sorte quale sarà
il loro futuro.
Questo non è l’incipit di un film fantascientifico ma dell’ultimo
lavoro di Robert Guédiguian, la cronaca di una vicenda come tante che possono
accadere, e accadono, sempre più frequentemente nella società contemporanea,
liberamente ispirata alla poesia “Les pouvres gens” di Victor Hugo.
Il cineasta francese, con il suo inconfondibile stile
manierato, descrive, come detto, una vicenda figlia di quest’epoca, facendola
ruotare attorno ad un nuovo concetto di classe sociale o più precisamente alla
seguente domanda: esiste ancora la classe operaia? Già, la “classe operaia” tra
virgolette. È lecito, obbligatorio farsi questa domanda. Se un tempo avremmo
visto mettere in scena, dal medesimo autore, specifici dualismi tra classi
sociali eterogenee (poveri contro ricchi) in questa occasione siamo di fronte
ad uno scontro tra elementi appartenenti, per certi versi, alla medesima classe
sociale.
Guédiguian affronta con coraggio una sconfitta epocale, una
sconfitta che gli appartiene come appartiene a tutti coloro che hanno creduto
all’evoluzione sociale basata sulla solidarietà, giustizia, uguaglianza. Ebbene,
sono proprio gli “ultimi” ad aver perso la speranza di un riscatto, forse perché
orfani di qualsivoglia ideale?
In conclusione, secondo il regista non tutto è da buttare e
si avverte un’inspiegabile fiducia verso il genere umano, ma la storia sta
cambiando inesorabilmente e l’immortalità esiste solo nei sogni. Non sono solo
i ricchi il problema per i poveri ma i poveri stessi.
domenica 30 ottobre 2011
this is england
This is England – Shane Meadows – GB 2006
Descrizione della periferia inglese degli anni '80 dove adolescenti disadattati si amalgamano con adulti disadattati prodotti della politica Thatcher.Si riesce a rivivere quello che si respirava, e si respira, in una Europa impoverita sia moralmente che economicamente, dove la paura del diverso, sposata dall'estrema destra, fa breccia nei sentimenti nazionalistici di poveri ignoranti.
La storia è una delle tante storie di band giovanili (skinhead) dove c'è un leader che prende sotto la sua ala protettrice il ragazzino difficile ed orfano di padre, morto in guerra nelle Falkland.
Brutti, sporchi e cattivi, ma solo in apparenza, perchè obbligati a rispettare un clichè ormai cucitisi addosso. Emergono in tutti i personaggi i lati estremi di crudeltà ed in contrapposizione quelli di bontà.
Quando il ruolo del cattivo comincerà a prendere il sopravvento fino a sfiorare la morte di uno dei personaggi la redenzione l'avrà vinta.
Ognuno, da quando nasce, prende a riferimento dei maestri di vita, ma non sempre sono quelli giusti. Sta a noi aprire gli occhi e decidere quello che è giusto senza intromissioni altrui.
>Lula<
domenica 9 ottobre 2011
venere nera
Venus noire – Abdel Kechiche – Francia 2010
Con il suo solito impegno nel raccontare le storie di
incomunicabilità tra tradizioni e culture eterogenee come quelle africane ed
europee, l’autore rimane fedele al proprio stile di narratore.
In questo caso non indaga nella contemporaneità, nel
difficile rapporto tra immigrati, di prima seconda o terza generazione, e
coloro che si definiscono cittadini autoctoni, bensì analizza e racconta una
vicenda realmente accaduta all’inizio del XIX secolo dove una donna di origine
sudafricana lascia la sua terra per seguire il “padrone” afrikaner in
Inghilterra. La donna di etnia Khoi per le sue caratteristiche fisiche si
trasformerà in un “fenomeno da baraccone” nei teatri di terz’ordine, prima londinesi
poi parigini.
La libertà e l’uguaglianza non esistono, men che meno per
una donna africana in Europa dove l’illusione di riscatto si trasforma in privazione
della propria personalità. La libertà e l’uguaglianza non esistono se entrano
in gioco interessi particolari non necessariamente economici, ma anche ambizioni
personali, arroganza e vanità. La libertà e l’uguaglianza non potevano esistere
due secoli fa e non possono esistere ora, la vicenda della venere nera (Saartjie
Baartman) diviene una tragica metafora contemporanea, capace di includere
bianchi e neri, poveri, ignoranti, malati, “spiriti liberi”, diversi.
Kechiche ricostruisce la storia, partendo dalla fine, dal
momento in cui un anatomista davanti ad uno stuolo di accademici spiega le
caratteristiche degli ottentotti utilizzando il calco, disegni e i genitali amputati
a Saartjie dopo la sua morte, quindi inizia il racconto mantenendo una trama
lineare riuscendo a descrivere i personaggi che di volta in volta incontreranno
la protagonista senza facile retorica e didascalismo. Malgrado il “campo sia
minato”, non indugia oltre il necessario nel voyeurismo, benché talvolta sembra
voglia incoraggiare una sorta di perversione psicologica nello spettatore. Purtroppo
la lunghezza eccessiva del film, un’insistita ripetitività delle situazioni e l’uso
logorroico delle parole nei dialoghi fanno svanire l’interesse della visione
(pratica già sperimentata in Cous Cous).
Notevole la prova dell’attrice (Yahima Torrès) capace di
trasmettere con freddezza i sentimenti del personaggio restituendo la verità e
la complessità della vita e mantenendo una distanza sostanziale con lo
spettatore che non riesce a parteggiare per lei.
sabato 1 ottobre 2011
lo spavaldo
Little Fauss and Big Halsy - USA 1970 - Sidney J. Furie
Robert Redford... Halsy Knox
Michael J. Pollard... Little Fauss - Cucciolo - "Tappo"
Lauren Hutton... Rita Nebraska
Noah Beery jr... Seally Fauss
Lucille Benson... mamma Fauss
Nelle polverose piste in terra battuta dell’Arizona si svolgono impegnative competizioni motociclistiche di regolarità (come si diceva un tempo) e attorno ad esse, di volta in volta, si crea un microcosmo fatto di personaggi eccentrici e caratteristici. Tra questi ci sono i due protagonisti del film, Halsy Knox (Robert Redford) lo spavaldo, cinico pilota per caso, il quale grazie alla sua dialettica spregiudicata fatta di menzogne e a miseri premi-gara tira-a-campare; l’altro, è “piccolo Fauss” ovvero Cucciolo (Michael J. Pollard), ingenuo e semplice meccanico della provincia agricola americana più profonda con un’innata passione per i motori e le moto – mentre Halsy divide il letto con le donne, Cucciolo lo divide con la motocicletta.
Dopo un incidente provocato da Halsy, Cucciolo si frattura una gamba. Questo infortunio pregiudica la regolare partecipazione al campionato ma Halsy, che nel frattempo aveva subito una lunga squalifica, gli propone una soluzione ambigua ma allettante: uno scambio di persona. Con la licenza e la moto di Cucciolo correrà Halsy cosicché il primo otterrà punti per poter fare il salto nei professionisti e coronare il suo sogno. Tutto fila (quasi) liscio fino a quando nel loro pellegrinare tra una corsa e l’altra non piomberà una donna, bella e “libera”, tale Rita Nebraska (Lauren Hutton). Cucciolo si innamora di Rita che ovviamente gli preferisce l’amico, questa cosa comporterà una inevitabile rottura del sodalizio tra i due uomini.
Le strade si separano, Halsy senza il geniale meccanico non ha più una moto competitiva inoltre la sua relazione con Rita, nel frattempo rimasta incinta, si complica, mentre Cucciolo, tornato nella sua protettiva e ruspante famiglia, ha trovato le chiavi giuste per fare il salto nel motociclismo che conta: i Gran Premi in circuito.
Rita lascerà Halsy portandosi via la bimba appena nata e Cucciolo, in procinto di partire per il Vietnam, avrà un’ultima occasione per “vendicarsi” de “l’amico/nemico” proprio in un Gran Premio.
Yamaha DT-1 mx (250):
Prima vera e propria moto creata appositamente per il
fuoristrada, il motore era un monocilindrico a 2 tempi di 246 cc, con valvola
di aspirazione lamellare, raffreddato ad aria che sviluppava una potenza
massima prossima ai 19 CV a 6.000 giri (in seguito raggiunse i 25 CV a 7.000
giri), il cambio era 5 marce.
I sidecar non erano prodotti da case motociclistiche ma il
frutto della fantasia e genio di artigiani i quali gli adattavano vari tipi di motori
sia motociclistici sia automobilistici (prevalentemente BMW bicilindrici ma anche motori MV Agusta col
cardano).
Fu la migliore moto per corridori privati alla fine degli
anni ‘60 inizio ’70, bicilindrica a 2 tempi raffreddata ad aria con cambio a
cinque marce. Gli veniva accreditata una potenza massima di 44 CV a 10.000
giri. Telaio in tubi d’acciaio a doppia culla, le sospensioni e le sovrastrutture
erano uguali a quelli delle moto ufficiali (RD 56) di qualche anno precedente. I
freni erano enormi tamburi a ganasce. Il peso era di (“solo”) 115 Kg. Da questo progetto
furono derivate anche le 125 e 350 cc da competizione.
Robert Redford... Halsy Knox
Michael J. Pollard... Little Fauss - Cucciolo - "Tappo"
Lauren Hutton... Rita Nebraska
Noah Beery jr... Seally Fauss
Lucille Benson... mamma Fauss
Nelle polverose piste in terra battuta dell’Arizona si svolgono impegnative competizioni motociclistiche di regolarità (come si diceva un tempo) e attorno ad esse, di volta in volta, si crea un microcosmo fatto di personaggi eccentrici e caratteristici. Tra questi ci sono i due protagonisti del film, Halsy Knox (Robert Redford) lo spavaldo, cinico pilota per caso, il quale grazie alla sua dialettica spregiudicata fatta di menzogne e a miseri premi-gara tira-a-campare; l’altro, è “piccolo Fauss” ovvero Cucciolo (Michael J. Pollard), ingenuo e semplice meccanico della provincia agricola americana più profonda con un’innata passione per i motori e le moto – mentre Halsy divide il letto con le donne, Cucciolo lo divide con la motocicletta.
Dopo un incidente provocato da Halsy, Cucciolo si frattura una gamba. Questo infortunio pregiudica la regolare partecipazione al campionato ma Halsy, che nel frattempo aveva subito una lunga squalifica, gli propone una soluzione ambigua ma allettante: uno scambio di persona. Con la licenza e la moto di Cucciolo correrà Halsy cosicché il primo otterrà punti per poter fare il salto nei professionisti e coronare il suo sogno. Tutto fila (quasi) liscio fino a quando nel loro pellegrinare tra una corsa e l’altra non piomberà una donna, bella e “libera”, tale Rita Nebraska (Lauren Hutton). Cucciolo si innamora di Rita che ovviamente gli preferisce l’amico, questa cosa comporterà una inevitabile rottura del sodalizio tra i due uomini.
Le strade si separano, Halsy senza il geniale meccanico non ha più una moto competitiva inoltre la sua relazione con Rita, nel frattempo rimasta incinta, si complica, mentre Cucciolo, tornato nella sua protettiva e ruspante famiglia, ha trovato le chiavi giuste per fare il salto nel motociclismo che conta: i Gran Premi in circuito.
Rita lascerà Halsy portandosi via la bimba appena nata e Cucciolo, in procinto di partire per il Vietnam, avrà un’ultima occasione per “vendicarsi” de “l’amico/nemico” proprio in un Gran Premio.
Il motorismo, in questo caso, con una sua accezione specifica crea, in
forma di Genere cinematografico, uno spazio caratteristico: la motocicletta e
il suo contesto.
Nel mondo delle corse la competitività, la vanagloria e il
cinismo sono ingredienti necessari. Lo spavaldo
racconta questo, un “circo” formato da dilettanti allo sbaraglio pronti a
tutto per emergere e dove la moto può essere il mezzo per raggiungere lo scopo
ma anche, come dice il protagonista “negativo” del film, un giocattolo molto
pericoloso. Il cavaliere impavido si immagina come icona mitica tra realtà è
leggenda e questi, sinceri o cialtroni personaggi, ne incarnano romanticamente il
ruolo. Un ruolo che, in altro modo, si può analizzare come un più banale ma
realistico, per quanto inconscio, prolungamento fallico: una sorta di filo
rosso che collegherà il binomio uomo-macchina sia in questo e sia in altri film
col medesimo soggetto.
“A che serve la verità?” è un’altra battuta di Halsy sulla
quale si sviluppa gran parte della storia. La menzogna è uno strumento utile all’uomo
(oppure all’intera umanità) incapace di accettare un ruolo, nel peggiore dei
casi, predestinato.
Le vicende raccontate nel film sono realistiche e la
finzione traduce con onestà semi-documentaristica la vitalità di un mondo
rinchiuso nel suo perimetro. Non luogo abitato da, più o meno allegre
famigliole organizzate (tra le loro mani si alternano forchettoni per barbecue
e chiavi dinamometriche), sognatori boriosi, geniali e intraprendenti
truffatori, schizofrenici temerari, talenti innati e puttane. Soldi e miseria.
I tempi cambiano, le abitudini si trasformano e si adeguano ad essi, ma il
minimo comun denominatore rimane immutato.
In quanto Genere, non si può sottovalutare senza rimorso il
valore di un film come questo ponendosi su degli schemi basici, la sua qualità
va cercata nello specifico del soggetto,
pertanto richiede una certa preparazione “culturale” o, magari, una più
semplice immedesimazione nel malinconico sguardo del giovane Fauss (quanto mai
azzeccata la trasposizione nell’edizione italiana in Cucciolo, con quel “muso”
ricorda meravigliosamente il personaggio dei Sette nani) capace di trasmettere
sentimenti che abbracciano sia una disperata rassegnazione sia un’ingenua
caparbietà.
Coinvolgente e congeniale la colonna sonora impostata sulle
canzoni di Johnny Cash.
______________________________________________________________le moto
Yamaha DT-1 mx (250):
I cerchi erano in alluminio di grosso diametro, 21 x 3 pollici all’anteriore e
18 x 4 pollici al posterore.
I freni a tamburo.
Il suo peso era di circa 120 Kg.
La moto rimase sul mercato fino al 1982.
Sulla griglia di partenza di una gara si intravede, tra le
altre, una Triumph.
Yamaha TD2 (250):
domenica 18 settembre 2011
from tokyo
Iz Tokio – Aleksej German jr. – Russia 2011
Cosa accomuna una hostess, un uomo di successo russo ed ex
soccorritore ed un anziano giapponese superstite dello tsunami, tutti riuniti
in un aereo di linea semi deserto di ritorno dal Giappone? I ricordi: il ricordo
della perdita di un amore giovanile (la hostess), la perdita dell’amata moglie (l’uomo),
la perdita di tutti i familiari nel disastro naturale (il vecchio). Ognuno di loro
tornerà al quotidiano lasciando i propri fantasmi bloccati allo scalo della vita.
> Lula <
> Lula <
i guardiani del destino
The
Adjustment Bureau – George Nolfi - USA 2010
L’antica leggenda talmudica dei “trentasei uomini giusti”
racconta di come questi abbiano permesso al genere umano di sopravvivere: senza
la loro esistenza l’umanità si sarebbe estinta in un sol giorno soffocata dai
propri errori.
Non sappiamo quanto questo mito abbia ispirato Philip Dick,
autore del racconto da cui Nolfi ha tratto questo “piccolo” film, eppure la
prima cosa che mi è balzata alla mente vedendo I Guardiani del Destino è stata
proprio la sopra citata leggenda che prosegue più o meno così: questi
famigerati uomini non sono distinti da nessun rango né carica, non si possono
riconoscere e probabilmente neanche loro
ne sono consapevoli. Nel film, invece, è chiara la presenza di una struttura
bene organizzata, collaudata e capace di stravolgere gli eventi seguendo regole
precise.
Il nostro protagonista David Norris (un Matt Damon a rischio
di sovraesposizione) è destinato a diventare un politico di successo ma qualche
cosa va storta, i suoi “guardiani”, oltre ad alcuni errori commessi, si trovano
a dover contrastare la storia d’amore che sboccia con una misteriosa donna
interpretata da Emily Blunt, attrice, in questo caso, assolutamente priva di
appeal. David rasenta troppo spesso l’idiozia e di ciò se ne approfitta, crede
nel colpo di fulmine e farà di tutto per complicare le cose ai suoi fin troppo
pazienti e benevoli guardiani. Purtroppo si capisce come andrà a finire.
Ciò che manca a questo prodotto è forse la presenza di
trentasei uomini giusti. La televisione ha invaso in modo irreversibile il
cinema (che pena provocano coloro che confidano in questo linguaggio).
L’America è prossima al collasso, urge fantasia per salvarla.
domenica 28 agosto 2011
fahrenheit 9/11
Si è gia detto molto, quasi tutto, su questo film. L'uscita nelle sale rappresentava ormai un semplice fatto tecnico. Che Moore sappia descrivere con ironia anche le circostanze più spregevoli era già dimostrato, e ancora una volta ha centrato il segno. Che, ahinoi, le sorti di questo mondo sia un disegno più o meno tracciato nelle tasche e nel cervello di un manipolo di arroganti e stolti faccendieri (non necessariamente anglofoni) è appurato. Che il protagonista non è altro che una immaginetta da impegnare (e all'occorrenza bruciare) per i media spero sia chiaro. Azzarderei anche, che i regimi perseguono sempre e comunque l'interesse di chi li guida. Quindi, questo documentario non ci racconta niente che già non sappiamo e, accende sì la miccia, smuove i sentimenti e il senso critico, ma per spegnersi non appena si varcano le soglie della sala cinematografica. Le bugie, i sotterfugi, i complotti rientreranno in quel recinto di retorica e politica facilona. Le lingue sciolte dei "soliti teorici" riprodurranno il consueto, rassicurante "tifo sportivo" del noi contro voi. In sostanza, opera utile e propedeutica ma costruita con metodo più consono alla "parte" che si vuole colpire, tanto da far venire alcuni dubbi: un americano è sufficientemente "puro" per screditare un americano?
gangs of New York
Film importante, questo Gangs of New York. Molto probabilmente si disputerà il podio per il miglior film dell'anno in corso. Non privo, comunque, di cadute di stile. L'impatto visivo è forte, pieno di spettacolari rappresentazioni che spesso si traducono in immagini, forse, più metaforiche che logiche. Impressionante il paradosso prodotto nella "Casa di Dio" più vicina all'Inferno dantesco che ad uno sperato paradiso, il quale sembra meglio rappresentato da un ideale campo di battaglia. Personaggi bellissimi, affascinanti per come sono immersi nel sudiciume vero e intellettuale, cosi sudati, sporchi e sanguinolenti più vicini a delle bestie in gabbia che non ad esseri superiori guidati da un ideale di giustizia, libertà e democrazia. Già, bestie in gabbia, schiavi della loro stessa natura, l'evoluzione. Come un unico grande e vero senso della vita l'evoluzione riesce, di volta in volta, a crearsi i modelli da seguire. Pare che l'uomo sia degno solo di ciò che il proprio istinto sappia produrre, dei modelli appunto. L'America stessa è ormai un modello accettato ed assoluto. Ma il presunto antiamericanismo non ha importanza, come non ne ha la presunta anticlericalità. Sembra quasi che oggigiorno si voglia ridurre ogni messaggio impegnativo a queste banalità. I messaggi sono tanti e si percepiscono agevolmente, spesso tutt'altro che ottimistici. Anche se certe situazioni come ad esempio la sfida tra pompieri, probabilmente, sottintende una conoscenza raffinata della storia americana. Da brivido la scena dei soldati che sparano sui cittadini rivoltosi, o dello stesso popolo, praticamente inerte, sotto le bombe dei cannoni (i padri che ripudiano i figli?). Per non parlare della farsa delle elezioni, così come dell'idea acerba (ma neanche tanto) della democrazia e dei suoi valori non sempre rispettabili e spesso dogmatici. E quel sottolineare sempre al patetico orgoglio patriottico: - Muoio da vero americano -; quando si capisce bene che non ci sono eroi ma, in fondo, tutti sono sufficientemente criminali e crudeli per essere vincitori. Per quanto riguarda le cadute di stile, non ho apprezzato il personaggio femminile, o meglio quel tipo di personaggio femminile. Appare come un riempitivo che poco ha a che fare con la storia. E quel petto tornito del virgulto irlandese pare improbabile e decisamente fuori luogo (chi non lo ha notato?). Hanno da trovate un po' ruffiane, per il grande pubblico.
million dollar baby
Capace di penetrare ferocemente nell'animo. Forse, in alcune occasioni, è necessario socchiudere gli occhi per evitare di afferrare quegli appigli che sembrano collocati di tanto in tanto come sorta di antidoto, vie di fuga per non farsi massacrare: i molti temi trattati hanno un onesto sviluppo e quando la boxe o la sua rappresentazione, la suburra o i suoi luoghi comuni, la religiosità che non offre spesso risposte illuminate e le vicissitudini quotidiane sembrano dettare il filo conduttore, si è liberi di divagare. Chi decide di accettare e seguire lo scavo più profondo non ha speranza. Probabilmente una cicatrice rimarrà per sempre e ogni qualvolta si presenterà l'occasione sarà pronta per riaprirsi e mostrarci quell'essenza, a volte insopportabile, della vita. Vorrei poter sconsigliarne la visione a chi ha occhi molto grandi, sagaci, ma sarebbe una violenza ancora maggiore.
she, a chinese
Mei, giovane ragazza cinese, è ossessionata dalle sue condizioni di vita semplici e rozze. La campagna dove è cresciuta gli impone prove dure e disumane che la sua personalità fatica ad accettare, sogna una vita diversa magari in città o addirittura in Occidente. Un lungo viaggio, anche interiore, una fuga verso l’ignoto con caparbia volontà e con la speranza di realizzare i propri sogni.
Il film, vagamente autobiografico (la regista per certi versi ha percorso gli stessi passi) possiede la capacità di restituire, nella prima parte, un’immagine della Cina sia rurale che urbana autenticamente cruda, sporca, miserabile e violenta, dove muoversi agevolmente diventa una sfida costante per riuscire a mantenere una propria dignità. Uno sguardo che rasenta la perversione quasi morbosa tipica di coloro che dal “primo mondo” osservano la lotta per la sopravvivenza dei mondi altri. La seconda parte si svolge nel civilissimo Occidente, nella Londra multietnica, dove il film perde, dal punto di vista visivo, fascino ma non interesse per come indaga le differenti culture che di volta in volta Mei, la protagonista, dovrà affrontare (la stessa cultura cinese in una comunità di emigrati dove ritroverà ciò da cui era scappata, quella opportunista occidentale, quella mussulmana). In fondo i due mondi, oriente ed occidente, non sono troppo diversi.
Ci si trova di fronte ad una disperata ricerca della via per “tirare avanti – tirare a campare”, dove i sogni e le speranze rimangono sostanzialmente stampate solo nelle riviste ed i sogni impressi su poster che vivacizzano squallide pareti di stanzette disadorne. Dove possedere “cose” ha poca importanza poiché prima o poi si dovrà morire e dove l’importante sembra essere solo riempire la pancia… in tutti i sensi.
Il film, vagamente autobiografico (la regista per certi versi ha percorso gli stessi passi) possiede la capacità di restituire, nella prima parte, un’immagine della Cina sia rurale che urbana autenticamente cruda, sporca, miserabile e violenta, dove muoversi agevolmente diventa una sfida costante per riuscire a mantenere una propria dignità. Uno sguardo che rasenta la perversione quasi morbosa tipica di coloro che dal “primo mondo” osservano la lotta per la sopravvivenza dei mondi altri. La seconda parte si svolge nel civilissimo Occidente, nella Londra multietnica, dove il film perde, dal punto di vista visivo, fascino ma non interesse per come indaga le differenti culture che di volta in volta Mei, la protagonista, dovrà affrontare (la stessa cultura cinese in una comunità di emigrati dove ritroverà ciò da cui era scappata, quella opportunista occidentale, quella mussulmana). In fondo i due mondi, oriente ed occidente, non sono troppo diversi.
Ci si trova di fronte ad una disperata ricerca della via per “tirare avanti – tirare a campare”, dove i sogni e le speranze rimangono sostanzialmente stampate solo nelle riviste ed i sogni impressi su poster che vivacizzano squallide pareti di stanzette disadorne. Dove possedere “cose” ha poca importanza poiché prima o poi si dovrà morire e dove l’importante sembra essere solo riempire la pancia… in tutti i sensi.
Iscriviti a:
Post (Atom)

