testata (theda)

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domenica 28 agosto 2011

she, a chinese

Mei, giovane ragazza cinese, è ossessionata dalle sue condizioni di vita semplici e rozze. La campagna dove è cresciuta gli impone prove dure e disumane che la sua personalità fatica ad accettare, sogna una vita diversa magari in città o addirittura in Occidente. Un lungo viaggio, anche interiore, una fuga verso l’ignoto con caparbia volontà e con la speranza di realizzare i propri sogni.
Il film, vagamente autobiografico (la regista per certi versi ha percorso gli stessi passi) possiede la capacità di restituire, nella prima parte, un’immagine della Cina sia rurale che urbana autenticamente cruda, sporca, miserabile e violenta, dove muoversi agevolmente diventa una sfida costante per riuscire a mantenere una propria dignità. Uno sguardo che rasenta la perversione quasi morbosa tipica di coloro che dal “primo mondo” osservano la lotta per la sopravvivenza dei mondi altri. La seconda parte si svolge nel civilissimo Occidente, nella Londra multietnica, dove il film perde, dal punto di vista visivo, fascino ma non interesse per come indaga le differenti culture che di volta in volta Mei, la protagonista, dovrà affrontare (la stessa cultura cinese in una comunità di emigrati dove ritroverà ciò da cui era scappata, quella opportunista occidentale, quella mussulmana). In fondo i due mondi, oriente ed occidente, non sono troppo diversi.
Ci si trova di fronte ad una disperata ricerca della via per “tirare avanti – tirare a campare”, dove i sogni e le speranze rimangono sostanzialmente stampate solo nelle riviste ed i sogni impressi su poster che vivacizzano squallide pareti di stanzette disadorne. Dove possedere “cose” ha poca importanza poiché prima o poi si dovrà morire e dove l’importante sembra essere solo riempire la pancia… in tutti i sensi.