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martedì 1 aprile 2014
lunedì 9 aprile 2012
domenica 21 agosto 2011
the loneliest planet
Siamo in Georgia (Caucaso), una coppia di fidanzati americani (lui ispanico) prossimi al matrimonio affrontano un viaggio in queste terre selvagge seguendo i dettami del turismo “dal basso” ovvero zaino in spalla e scarpe comode, incontri ravvicinati con i locali, con le loro usanze e i loro costumi per meglio sentirsi inseriti nell’ambiente circostante, in una ormai tipica illusione del “vero viaggiatore” contemporaneo e occidentale. Per non perdere emozioni e luoghi particolarmente interessanti, essi, si affidano ad una guida locale.
Tra paesaggi misteriosi e insidiosi, deserti, gole, montagne spoglie e fiumi i tre camminatori tirano avanti tra barzellette, aneddoti e scherzi dell’ambiguo accompagnatore georgiano il quale si prende gioco in più di una occasione dei due innamorati esploratori, inebriati dalla natura sempre più brulla e desolata. Piano piano, passo dopo passo si cominciano ad intravedere le differenze tra i due mondi: quello della guida locale, pratico e schietto e quello dei due turisti che “galleggiano” in un mondo trasognante tra buoni sentimenti e “politically correct”. Le situazioni e i rapporti, comunque, si trascinano serenamente fino a quando la loro solitudine viene infranta da un improvviso incontro molto particolare e drammatico: un uomo armato accompagnato da due ragazzini. Da questo momento tutto cambierà.
Dopo l’incontro fatidico non si gioca più, ora è vita vera e le personalità dei personaggi vengono a galla prepotentemente, la regista scava a fondo mettendo in evidenza tre interiorità, tre solitudini assolute che si incontrano e si scontrano.
Il paesaggio arido e inospitale nel quale si svolge la vicenda aiuta lo spettatore ad immergersi nell’inconscio dei tre individui, ove si evidenzia oltremodo l’inadeguatezza e la debolezza dei caratteri. Vengono a scemare regole e inibizioni.
Il paesaggio, come dicevo, in questo film è un elemento viscerale, esso rappresenta il contenitore razionale di una vicenda banale e contemporaneamente complicata ma è soprattutto uno spazio dove risulta impossibile nascondersi, inoltre le molte inquadrature lunghe e fisse stile “Pro loco” ne alimentano questa tesi, malgrado siano prive di artifici e le sovraesposizioni molto “naturel” al limite della sopportazione producono invero una scenografia congeniale. Un altro elemento interessante che si sposa a meraviglia con il contesto naturale è l’interprete della guida georgiana Dato (Bidzina Gujabidze, attore per caso ma scalatore vero) il quale sa trasmettere la giusta dose di ambiguità e mistero da trascendere nel thriller.
Con pochi dialoghi e situazioni ridotte al minimo la Loktev (al suo secondo lungometraggio di finzione) è riuscita a costruire un’opera che si fa apprezzare, capace di indagare nel profondo umano disseminando con giusta dose i colpi di scena necessari a rompere le certezze prima sui protagonisti e poi nello spettatore.
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